La storia del rapporto fra gli italiani e la lingua inglese è, come ogni storia d’amore, fatta di passione e trasporto ma anche di ostacoli e frustrazioni.

Senza dubbio, gli italiani sono affascinati dall’inglese, sia dalla sua musicalità sia dal fatto che sia in effetti sempre più presente nelle loro vite, fin dalla più tenera età.

Anche se istintivamente attratti dall’inglese, gli italiani si scontrano però fin dai primi anni sui banchi di scuola, con un metodo di studio evidentemente troppo teorico, che nulla ha a che fare con quello che ci si aspetterebbe per approcciarsi ad una lingua che solitamente e nel quotidiano viene spesa dai più per fruire di contenuti come serie TV, film in lingua originale, brani musicali  e altro.

Apprendimento e fruizione, quindi, rimangono separati e creano una dissonanza tale per cui se a casa ci si allena spesso e spontaneamente all’ascolto e si arricchisce in autonomia il proprio vocabolario, a scuola ci si scontra con lezioni frustranti e troppo teoriche.


Il risultato?

Gli italiani sono indicati da studi recenti come fanalino di coda in europa per quanto attiene alle competenze in inglese, nello specifico nell’ambito dell’interazione orale.

In sintesi parliamo inglese meno e soprattutto peggio degli altri.


Enormi sono state le risorse finanziarie stanziate dal MIUR per favorire l’insegnamento e l’apprendimento dell’inglese, e lo studio di questa lingua è obbligatorio per la scuola primaria dal 2003, mentre quasi tutti gli alunni delle scuole medie di lingue straniere ne studia addirittura due.

I risultati, però, sono limitati e deludenti se paragonati agli sforzi profusi, anche nella scuola secondaria di secondo grado, sebbene il livello che dovrebbe essere raggiunto al termine del quinquennio sarebbe addirittura un B2.

Ne consegue che il carico dell’apprendimento di questa lingua sia demandato interamente alle famiglie che, riconoscendone appieno l’importanza, investono in corsi e certificazioni nella speranza di trovare nelle scuole di lingue e al di fuori della scuola, un porto sicuro per i propri figli, dove l’inglese non rimanga cristallizzato in una serie di nozioni grammaticali che – seppure necessarie – non trovano alcun tipo di applicazione in contesti comunicativi reali e naturali anche a causa di una eccessiva formalità che lascia spazio solo ad inibizione e paura di sbagliare e non certo a conversazioni rilassate e quindi realmente costruttive.


Purtroppo, anche nell’ambito dei corsi extra scolastici, non è raro veder riprodotti ambienti  austeri e formali esattamente identici a quelli scolastici e orari rigidi e poche interazioni fanno il resto per far desistere soprattutto chi si approccia alla lingua in età non più giovane, quando si è già presi da impegni lavorativi quotidiani e non si ha certo voglia di “tornare sui banchi”.

Perché non solo i giovani sono interessati a conoscere la lingua inglese ma, sempre più spesso, sono proprio gli over 30 che si approcciano a questo studio, spesso per ragioni lavorative e di carriera.


Unire l’utile al dilettevole” sembra essere la chiave migliore per l’apprendimento, ideale per ogni fascia d’età e realmente efficace, così come testimoniano le esperienze di tanti studenti e soprattutto i loro risultati.


Solo la conversazione che nasce spontanea nel contesto quotidiano, la condivisione di esperienze e gli scambi di informazioni ed opinioni personali, pongono gli studenti in uno stato emotivo gradevole.


Questo è il solo modo per trasformare la conoscenza in vera preparazione.

 

Di Ada Carcione

 

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