Di Emanuela Valenza

Qualche tempo fa credevo che gli inglesi fossero strani, avessero la puzza sotto il naso, bevessero un sacco di tè e pranzassero a colazione.

Credevo avessero un enorme problema con l’alcol e pure con gli astemi.

Una volta, ospite dalla mia famiglia inglese alla pari, rischiai il digiuno per aver malauguratamente rivelato di non bere alcolici e di essere totally and completely abstemious (bere e mangiare moderato, frugale/teetotal). Se la presero così tanto che, da quel momento, mi sostentarono a suon di porridge e tè lasciandomi bramare per mesi una cena da fast-food!

Una volta credevo che gli inglesi fossero esageratamente suscettibili.

Se scesi dal letto col piede sbagliato, un complimento come: “You have a beautiful faeces (escrementi/faces) this morning!”, avrebbe potuto provocargli un secco “Fuck off”! Chissà allora chi aveva diffuso la voce della loro proverbiale compostezza, mi chiedevo.

Una volta credevo che gli inglesi adorassero parlare del tempo.

Seduti su una panchina durante una pausa, io e il mio vecchio collega londinese contemplavamo estasiati la bellissima e quasi rara giornata di sole. Così, credendo di fare cosa gradita, iniziai il mio discorso rompighiaccio “sillabando” queste parole: “What a beautiful place! There should be a good Estate (proprietà/summer) this year!”

Da quell’ istante prese il via un incomprensibile e incontenibile monologo, le cui sole parole a me note furono la via e il numero civico della strada in cui oziavamo.

Una volta credevo che gli inglesi licenziassero la gente per un nonnulla.

Come quella volta che ottenni il mio primo lavoretto nella capitale e felice mi presentai davanti l’ufficio del direttore per informarlo della lieta notizia: “I want to give Notice!” (voglio licenziarmi/News) – gli dissi. E invece mi licenziò. Eppure gli avevo anche detto che ero disposible (usa e getta/Available) to every kind of Mansion (villa/Duty).

Una volta credevo che gli inglesi avessero un sense of humour proprio macabro.

Il colmo capitò quando una commessa di un grande magazzino di Londra mi invitò a cercare il mio body nero (corpo/Body-Suit) al cimitero di Kensal Green. Proprio simpatici sti inglesi, pensai.

Ma gli Inglesi, dal canto loro, non avevano alcuna colpa. La colpa era mia e dei False Friends.

D’altronde avrei dovuto saperlo: “A friend in need is a friend indeed!” – (Un amico nel bisogno è davvero un amico!).

Eppure se oggi posso far vanto di un “terrific english” (inglese formidabile) è solo perché sono giunta ad una conclusione. “Without fake Friends, you’ll never know who the real ones are”. – (Senza falsi amici, non sapresti mai quali sono quelli veri).

Adesso lo sapete anche voi.

Better late than never!

Condividi con i tuoi amici!
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •